Ieri sono andato a Bologna con un desiderio preciso: incontrare il mio amico Mario. Nella strage del 2 agosto lui ha perso il fratello, di soli ventun anni, e la mamma, di sessant’anni.
Ho chiesto di poter entrare nel corteo all’altezza del gruppo dei familiari delle vittime, così da riuscire a incontrarlo. Ho dovuto fare un lungo giro, ma alla fine ci sono riuscito. Mi sono ritrovato così a camminare insieme ai familiari delle vittime.
Ho assistito alle interviste che i giornalisti facevano ai parenti delle persone uccise. A un certo punto ho persino aiutato un giornalista che stava camminando all’indietro per riprendere la scena. Il cameraman aveva rischiato di inciampare e io gli dicevo continuamente: «Vieni, continua, fai attenzione». La giornalista mi ha ringraziato e mi ha perfino chiesto se fossi disponibile a rilasciare un’intervista.
Le ho spiegato che anch’io avevo perso un fratello, ma non nella strage di Bologna. L’ho perso quattro anni dopo, nella mia casa, in una vicenda legata al terremoto dell’Irpinia. Il mio dolore è diverso, ma conosco comunque il peso di una perdita così grande.
Mentre camminavamo, i cittadini assiepati lungo il percorso applaudivano al passaggio dei familiari. È stato uno dei momenti più emozionanti che abbia mai vissuto. Quegli applausi erano un abbraccio silenzioso ai familiari, ma anche un omaggio a tutti i morti, a tutte le vittime.
Ogni familiare portava una gerbera, il fiore che li distingueva. Quel semplice fiore era un segno di appartenenza, di memoria e di amore. Vederli camminare con quella gerbera tra le mani mi ha profondamente commosso.
Non mi era mai capitato di trovarmi così vicino ai familiari delle vittime di una tragedia tanto grande. Ho sentito che una forza interiore mi aveva chiamato a Bologna. Con appena nove euro sono arrivato in un’ora da casa mia, ma il viaggio più importante è stato quello che ho compiuto dentro di me.
A un certo punto non sono più riuscito a trattenere le lacrime. Mi sono commosso e ho pianto.
Ed è proprio mentre ascoltavo quegli applausi che dentro di me è maturata una consapevolezza inattesa: ho sentito che quegli applausi erano anche per Gesù Cristo, il mio Signore, il mio Dio, il mio tutto. Nella sua morte ho riconosciuto raccolte tutte le morti dell’umanità. Ogni vittima, ogni sofferenza, ogni dolore trovavano in Lui un significato più profondo.
Per questo, la mia presenza a Bologna non è stata soltanto la partecipazione a una commemorazione. È stata un autentico pellegrinaggio spirituale. Camminare accanto ai familiari delle vittime, respirare il peso della memoria, vedere quelle gerbere, sostenere con un piccolo gesto un giornalista impegnato nel suo lavoro e ascoltare quegli applausi mi ha fatto sperimentare, nel silenzio del cuore, una profonda comunione con il dolore degli uomini e con la speranza che nasce dalla Croce.
Durante la celebrazione eucaristica, il cardinale Matteo Zuppi ha pronunciato un’omelia che mi ha profondamente colpito. È stata un’Eucaristia vissuta con grande intensità, raccolta e autentica. Ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a un uomo di fede, capace di parlare al cuore con semplicità e verità.
Nell’omelia ha citato anche il mio amico Mario De Marchi, spiegando il motivo di quel riferimento. Ha raccontato di averlo incontrato due giorni prima in Piazza del Nettuno. Si erano fermati a parlare a lungo. Questo episodio mi ha colpito molto, perché rivela la semplicità e la vicinanza di un pastore che sa ascoltare le persone e condividere il loro dolore.
Il cardinale ha ricordato anche Angela Fresu, la bambina di appena tre anni uccisa nella strage insieme alla mamma, Maria Fresu, di trentaquattro anni. Evocando la loro storia e quella delle altre vittime, ha reso tangibile l’assurdità e la gravità di ogni strage. Le sue parole non erano solo un ricordo del passato, ma un forte appello alla pace e alla responsabilità di ciascuno.
Mentre lo ascoltavo, pensavo che se tutti imparassimo a parlare con il rispetto, la compassione e la forza con cui lui ha parlato della pace, il mondo sarebbe certamente un luogo migliore.
Ripensando alla giornata di ieri, mi sorprende la ricchezza delle esperienze che ho vissuto. Ogni momento sembra aver trovato il suo posto in un disegno più grande: l’incontro con i familiari delle vittime, gli applausi della gente, l’Eucaristia, l’omelia del cardinale, le emozioni che hanno attraversato il mio cuore e perfino quel colpo di sonno sul treno al ritorno. Per fortuna mi sono svegliato in tempo e sono sceso a Prato, da dove sono poi rientrato serenamente a casa.
Porto con me questa giornata come un dono prezioso, che continuerà ad accompagnare il mio cammino.
3 agosto 2026
Admin Paceunicavia