Stephene Hawking disse: ” Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma è l’illusione della conoscenza”.
Perchè?
Chi sa di non sapere si documenta. Chi pensa di sapere già rimane nella sua ignoranza.
Stephene Hawking disse: ” Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma è l’illusione della conoscenza”.
Perchè?
Chi sa di non sapere si documenta. Chi pensa di sapere già rimane nella sua ignoranza.
è morta
https://www.settimananews.it/chiesa/ludmila-javorova-presbitera-nel-ricordo-di-un-segno-profetico
Ieri sono andato a Bologna con un desiderio preciso: incontrare il mio amico Mario. Nella strage del 2 agosto lui ha perso il fratello, di soli ventun anni, e la mamma, di sessant’anni.
Ho chiesto di poter entrare nel corteo all’altezza del gruppo dei familiari delle vittime, così da riuscire a incontrarlo. Ho dovuto fare un lungo giro, ma alla fine ci sono riuscito. Mi sono ritrovato così a camminare insieme ai familiari delle vittime.
Ho assistito alle interviste che i giornalisti facevano ai parenti delle persone uccise. A un certo punto ho persino aiutato un giornalista che stava camminando all’indietro per riprendere la scena. Il cameraman aveva rischiato di inciampare e io gli dicevo continuamente: «Vieni, continua, fai attenzione». La giornalista mi ha ringraziato e mi ha perfino chiesto se fossi disponibile a rilasciare un’intervista.
Le ho spiegato che anch’io avevo perso un fratello, ma non nella strage di Bologna. L’ho perso quattro anni dopo, nella mia casa, in una vicenda legata al terremoto dell’Irpinia. Il mio dolore è diverso, ma conosco comunque il peso di una perdita così grande.
Mentre camminavamo, i cittadini assiepati lungo il percorso applaudivano al passaggio dei familiari. È stato uno dei momenti più emozionanti che abbia mai vissuto. Quegli applausi erano un abbraccio silenzioso ai familiari, ma anche un omaggio a tutti i morti, a tutte le vittime.
Ogni familiare portava una gerbera, il fiore che li distingueva. Quel semplice fiore era un segno di appartenenza, di memoria e di amore. Vederli camminare con quella gerbera tra le mani mi ha profondamente commosso.
Non mi era mai capitato di trovarmi così vicino ai familiari delle vittime di una tragedia tanto grande. Ho sentito che una forza interiore mi aveva chiamato a Bologna. Con appena nove euro sono arrivato in un’ora da casa mia, ma il viaggio più importante è stato quello che ho compiuto dentro di me.
A un certo punto non sono più riuscito a trattenere le lacrime. Mi sono commosso e ho pianto.
Ed è proprio mentre ascoltavo quegli applausi che dentro di me è maturata una consapevolezza inattesa: ho sentito che quegli applausi erano anche per Gesù Cristo, il mio Signore, il mio Dio, il mio tutto. Nella sua morte ho riconosciuto raccolte tutte le morti dell’umanità. Ogni vittima, ogni sofferenza, ogni dolore trovavano in Lui un significato più profondo.
Per questo, la mia presenza a Bologna non è stata soltanto la partecipazione a una commemorazione. È stata un autentico pellegrinaggio spirituale. Camminare accanto ai familiari delle vittime, respirare il peso della memoria, vedere quelle gerbere, sostenere con un piccolo gesto un giornalista impegnato nel suo lavoro e ascoltare quegli applausi mi ha fatto sperimentare, nel silenzio del cuore, una profonda comunione con il dolore degli uomini e con la speranza che nasce dalla Croce.
Durante la celebrazione eucaristica, il cardinale Matteo Zuppi ha pronunciato un’omelia che mi ha profondamente colpito. È stata un’Eucaristia vissuta con grande intensità, raccolta e autentica. Ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a un uomo di fede, capace di parlare al cuore con semplicità e verità.
Nell’omelia ha citato anche il mio amico Mario De Marchi, spiegando il motivo di quel riferimento. Ha raccontato di averlo incontrato due giorni prima in Piazza del Nettuno. Si erano fermati a parlare a lungo. Questo episodio mi ha colpito molto, perché rivela la semplicità e la vicinanza di un pastore che sa ascoltare le persone e condividere il loro dolore.
Il cardinale ha ricordato anche Angela Fresu, la bambina di appena tre anni uccisa nella strage insieme alla mamma, Maria Fresu, di trentaquattro anni. Evocando la loro storia e quella delle altre vittime, ha reso tangibile l’assurdità e la gravità di ogni strage. Le sue parole non erano solo un ricordo del passato, ma un forte appello alla pace e alla responsabilità di ciascuno.
Mentre lo ascoltavo, pensavo che se tutti imparassimo a parlare con il rispetto, la compassione e la forza con cui lui ha parlato della pace, il mondo sarebbe certamente un luogo migliore.
Ripensando alla giornata di ieri, mi sorprende la ricchezza delle esperienze che ho vissuto. Ogni momento sembra aver trovato il suo posto in un disegno più grande: l’incontro con i familiari delle vittime, gli applausi della gente, l’Eucaristia, l’omelia del cardinale, le emozioni che hanno attraversato il mio cuore e perfino quel colpo di sonno sul treno al ritorno. Per fortuna mi sono svegliato in tempo e sono sceso a Prato, da dove sono poi rientrato serenamente a casa.
Porto con me questa giornata come un dono prezioso, che continuerà ad accompagnare il mio cammino.
3 agosto 2026
Admin Paceunicavia
Autore: S.E. Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini
Contesto: Veglia Solenne di Pentecoste, Gerusalemme (Casa Salesiana)
La meditazione offre una profonda riflessione ecclesiologica e pastorale sul ruolo e sul mandato della Chiesa cattolica all’interno del complesso scenario sociopolitico e religioso della Terra Santa. Muovendo dall’analisi dell’assemblea liturgica presente — definita come un “mosaico” di riti, lingue e culture differenti — l’autore sviluppa un parallelismo teologico fondamentale tra l’evento veterotestamentario di Babele (Genesi) e la teofania neotestamentaria della Pentecoste (Atti degli Apostoli).
L’argomentazione centrale ridefinisce l’evento di Babele non come una punizione divina, bensì come un atto misericordioso volto a frenare l’hybris umana dell’omologazione e del pensiero unico. Viene tracciata una netta distinzione concettuale tra due categorie ecclesiologiche:
Sul piano pastorale, il testo affronta con realismo le tensioni intrinseche di Gerusalemme, descritta storicamente come la “città delle lingue divise” e della diffidenza reciproca. Il Patriarca rivolge un appello accorato alla comunità cristiana locale — definita piccola e povera, ma intrinsecamente viva — con un’attenzione specifica ai migranti e ai giovani. Questi ultimi, spesso schiacciati tra le tentazioni speculari della violenza o della rassegnazione passiva, vengono esortati dallo Spirito a “scrivere un’altra storia” per la loro terra.
In conclusione, la riflessione si focalizza sulla debolezza e sulla stanchezza strutturale delle comunità e del ministero ecclesiale, indicando nel fuoco della Pentecoste non un elemento distruttivo, ma un principio purificatore e risanante (“lava ciò che è sporco, sana ciò che sanguina”). La validità della testimonianza cristiana e la reale discesa dello Spirito si misurano, infine, sulla capacità quotidiana dei fedeli di cercarsi, dialogare e amarsi reciprocamente all’interno di un contesto segnato da rabbia e paura.
a questo link il testo completo: https://www.lpj.org/it/news/meditation-for-the-vigil-of-pentecost-jerusalem
Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Alba 1988, p. 427
Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.
Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.
Questa poesia di Dietrich Bonhoeffer è stata interpretata in molti modi.
Alcuni leggono in questi versi una critica a un certo modo di vivere la fede: una religiosità che si manifesta solo nel bisogno, come se Dio fosse una soluzione di emergenza a cui ricorrere quando l’uomo non riesce più a cavarsela da solo.
Quando arriva il dolore, la malattia, la colpa, la paura della morte, allora ci si rivolge a Dio. Bonhoeffer osserva con lucidità che questo atteggiamento non appartiene soltanto ai credenti: lo fanno tutti, “cristiani e pagani”.
Secondo questa interpretazione, il poeta vuole mettere in discussione una fede ridotta a semplice richiesta di aiuto, un “Dio tappabuchi” chiamato a colmare i vuoti della nostra fragilità.
Eppure questa poesia va letta tenendo presente il momento drammatico in cui è stata scritta.
“Cristiani e pagani” (Christen und Heiden) fu composta nel luglio del 1944, durante la prigionia di Bonhoeffer nel carcere militare di Tegel, a Berlino, dove era detenuto dal regime nazista per il suo coinvolgimento nella resistenza.
Scrive dopo oltre un anno di carcere, sapendo di poter essere condannato a morte. Sarà infatti impiccato il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.
In quelle lettere dal carcere, poi raccolte nel volume Resistenza e resa, Bonhoeffer elabora alcune delle intuizioni teologiche più profonde del Novecento: il tema del “Dio debole e sofferente” e quello del “cristianesimo non religioso”.
Per questo i suoi versi non sono una meditazione astratta. Sono parole passate attraverso la prova estrema.
E tuttavia, leggendo questa poesia oggi, mi viene da dire una cosa molto semplice: magari oggi ci si rivolgesse ancora a Dio.
Viviamo in un tempo in cui spesso non ci rivolgiamo più a Lui né nel dolore né nella gioia. Abbiamo imparato a cercare altrove consolazione, sicurezza, senso. Ci affidiamo alla tecnica, al benessere, al consumo, all’illusione dell’autosufficienza.
Forse Bonhoeffer critica una fede interessata. Ma il nostro tempo rischia qualcosa di ancora più grave: l’indifferenza.
Io penso che già tornare a rivolgerci a Dio sarebbe un inizio.
Le nostre vite potrebbero cambiare.
Perché il cuore della poesia è proprio questo: mentre l’uomo cerca Dio nel bisogno, Dio continua a cercare l’uomo. Va incontro a tutti, senza distinzione, cristiani e pagani.
E continua a offrire pane, perdono, presenza.
Sta a noi accorgercene.
L’edera (Hedera helix) è spesso vittima di un malinteso comune: vederla avvolgere un albero con tale vigore fa subito pensare a un soffocamento spietato. In realtà, la natura non ragiona per “buoni” o “cattivi”. Il rapporto tra edera e albero non è parassitismo. Nella maggior parte dei casi l’edera usa l’albero come supporto, in una relazione spesso neutra, che può però diventare competitiva quando la copertura è eccessiva.
1. Sfatiamo il mito: L’edera non è un vampiro
A differenza delle piante parassite (come il vischio), l’edera non “succhia” la linfa dell’albero. È una pianta autonoma che usa l’albero solo come scala verso il cielo.
2. Un equilibrio delicato: Quando il supporto diventa sfida
L’edera ottiene un beneficio enorme: raggiunge il sole senza dover investire energia per costruire un tronco robusto.
Tuttavia, quando l’abbraccio diventa troppo pesante, la situazione evolve in una sfida indiretta:
3. L’Edera come “Ingegnere del Bosco”
Per capire davvero l’edera, dobbiamo smettere di guardare il singolo albero e osservare l’intero bosco. In questa prospettiva, l’edera può contribuire ad alcuni processi di rinnovamento dell’ecosistema forestale.
La Creazione della Radura
In alcuni casi, soprattutto su alberi già indeboliti, una copertura molto densa può aumentare il rischio di cedimento durante forti venti o nevicate.
Il Dono del Legno Morto
L’albero che “cade” sotto il peso dell’edera si trasforma in necromassa, la risorsa più preziosa e spesso più scarsa nei boschi gestiti dall’uomo:
4. Un pilastro per gli impollinatori
Non dimentichiamo il contributo diretto dell’edera alla vita selvatica:
Conclusione: Il paradosso della fragilità
In molti contesti, un bosco eccessivamente semplificato e privato di elementi spontanei può risultare ecologicamente meno ricco e meno resiliente
Un bosco in cui anche cadute, decomposizione e competizione trovano spazio è, paradossalmente, un bosco più vivo, resiliente e capace di adattarsi ai cambiamenti.
L’edera ci insegna che la vera pace della natura non è assenza di conflitto o di decadimento, ma un dinamismo incessante dove ogni fine è l’inizio di una nuova, rigogliosa opportunità.
L’edera non agisce con intenzione. E tuttavia, per chi legge il creato come dono, i processi naturali possono essere contemplati come partecipazione a un ordine più grande orientato alla vita.
Admin Paceunicavia con AI
1. Il limite del trasporto idrico (Teoria della limitazione idraulica)
Questa è la spiegazione principale. L’albero deve portare l’acqua dalle radici fino alle foglie più alte. Per farlo, sfida la gravità usando la tensione (l’acqua sale come in una cannuccia grazie all’evaporazione dalle foglie).
2. Bilancio Energetico (Costi vs Ricavi)
Un albero è un’azienda che vive di zucchero prodotto dalle foglie.
3. La “Senescenza” e gli Ormoni
Esiste una regolazione ormonale (soprattutto tramite le auxine prodotte dalle punte, le tue “antenne”). Nei primi anni, la dominanza apicale è fortissima: la pianta investe tutto sulla punta. Con il tempo, la distanza tra le radici e la cima diventa tale che i segnali chimici impiegano troppo tempo o arrivano indeboliti. La pianta perde la spinta verticale e la chioma inizia a espandersi lateralmente (fase di maturità).
4. L’altezza massima teorica
Gli scienziati hanno calcolato che, anche nelle condizioni perfette (come per le Sequoie), il limite fisico invalicabile per un albero sulla Terra è di circa 120-130 metri. Oltre quella soglia, la fisica impedisce all’acqua di raggiungere le foglie, indipendentemente da quanto sia fertile il terreno.
In un mondo che corre verso la catastrofe attraverso il consumo illimitato, la parola “sobrietà” risuona come un grido di speranza. Leggendo l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, scopriamo che la sobrietà è la via: è una forma di libertà, un atto di amore e la chiave per una pace autentica.
Che cos’è, davvero, la sobrietà?
Non si tratta semplicemente di “consumare meno”. È la virtù della temperanza, un modo di abitare il mondo con equilibrio:
La bussola della Laudato si’
Papa Francesco ci offre una mappa precisa. Non sono solo norme, ma passi di una vera conversione ecologica:
I tre pilastri del cambiamento
Cantiere di Speranza: abitare la sobrietà
Il cuore di questa rivoluzione è diventare sobri. Sobrio è il contrario di ebbro, esaltato, ubriaco, smisurato. Spesso incontriamo persone che ci appaiono così. Ma noi? Mettiamoci in discussione. La rivoluzione comincia sempre da noi stessi.
Il consumismo sfrenato ci ha condotto a possedere troppe cose, che non sappiamo nemmeno più dove mettere. Rischiamo di diventare servi degli oggetti, di lavorare e vivere solamente per consumare.
Il sobrio, invece:
Accogliere il proprio limite significa scoprire di cosa abbiamo davvero bisogno per ordinare la nostra vita su ciò che conta davvero. È un progetto di vita.
Un cammino per uomini forti
Diventare sobri non è un peso, ma un cammino di gioia.
Chi ci riesce, cammina cantando.
Admin Paceunicavia con aiuto Gemini